Vincenzo de Paoli (Santo)

Vincenzo de Paoli1 nasce a Ranquines2, nel territorio del comune di Pouy che è situato nel dipartimento delle Landes in Aquitania, a sud-ovest della Francia verso la catena montuosa dei Pirenei, il 24 aprile del 1581. Egli è il terzo di sei figli, di cui quattro maschi e due femmine; il padre si chiama Giovanni de Paoli e la mamma Beltranda de Moras.

La sua è una famiglia modesta che vive grazie al lavoro dei campi e all’allevamento del bestiame. Le origini contadine caratterizzano la sua infanzia, impegnandolo nella pastorizia e nei più comuni lavori campestri.

Tuttavia, il padre ne nota l’intelligenza e decide di investire i suoi risparmi per mandarlo a scuola, nella speranza che questo possa poi tornare anche a beneficio di tutta la famiglia. Così, all’età di dodici anni, inizia gli studi presso la “École des Cordeliers” di Dax, gestita dai frati minori francescani.

Vincenzo rimane lì per circa quattro anni, frequentando con successo i corsi di grammatica e di latino; la sua ottima preparazione induce il padre superiore del collegio a raccomandarlo ad un certo de Comet, giudice a Pouy e avvocato in Dax, il quale gli chiede di fare da precettore ai suoi due figli e gli assicura di poter comunque continuare gli studi. Durante questo periodo, manifesta il desiderio di diventare sacerdote. Il 20 dicembre 1596, riceve la tonsura e gli ordini minori dal vescovo di Tarbes; nel 1598 riceve i primi due ordini sacri, cioè il suddiaconato il 19 settembre e il diaconato il 19 dicembre. Infine, il 23 settembre 1600, a soli 19 anni3, viene ordinato sacerdote dall’anziano vescovo di Périgueux. In quest’arco di tempo, dopo essersi dedicato allo studio della teologia per sette anni presso l’università di Tolosa, prende il grado di Baccelliere nell’ottobre del 1604.

La morte del padre, tra il 1598 e il 1599, lascia la famiglia in maggiori difficoltà economiche. Vincenzo spera di poterla sostenere, ottenendo qualche beneficio ecclesiastico, assumendo la guida di qualche parrocchia della sua diocesi. Tutto sembra andare per il meglio quando, con l’appoggio del signor de Comet, il vicario generale lo nomina parroco di Tilh. Ma, purtroppo, le sue speranze svaniscono quando un altro sacerdote in possesso della stessa nomina gli contesta la legittimità del beneficio; Vincenzo, così, rinuncia alle proprie ragioni senza ribattere, per non fare discussioni, lasciandogli il posto.

Di lì a poco, un testamento sembra risolvere i suoi problemi. Un’anziana signora di Tolosa che l’aveva preso in simpatia, morendo gli aveva lasciato tutti i suoi beni: qualche appezzamento di terreno, dei mobili e una somma di denaro di circa 400 scudi che corrispondeva a sei volte il guadagno medio annuale di un salariato. Questo denaro, però, doveva essere riscosso da un debitore che viveva a Marsiglia. Il bisogno spinge Vincenzo ad affrontare il viaggio. Arrivato a Marsiglia trova il debitore che viene arrestato e restituisce 300 scudi. Alla fine di luglio del 1605, credendo ormai conclusa l’avventura e pronto a riprendere il cammino verso casa, viene convinto da un gentiluomo della Linguadoca ad imbarcarsi con lui verso Narbona, per risparmiare tempo e denaro. Ma, durante il viaggio, la nave viene attaccata da tre brigantini di corsari turchi. L’arrembaggio è violento: restano uccisi alcuni marinai e altri, compreso Vincenzo che riceve un colpo di freccia, rimangono feriti. Quindi, dopo essere stati incatenati e medicati in modo grossolano, vengono portati a Tunisi e venduti come schiavi.

Vincenzo sarà venduto successivamente a tre diversi padroni: un pescatore, un medico spagirico e infine un frate rinnegato di Nizza che per amore del denaro si era fatto musulmano. Quest’ultimo ha tre mogli di cui una turca che, curiosa di conoscere la religione cristiana, va spesso a vedere Vincenzo al lavoro nei campi per poterlo poi ascoltare mentre recita le preghiere. La donna ne rimane affascinata e, dopo qualche mese, con vari ragionamenti risveglia nel marito dei rimorsi di coscienza. L’uomo si confida con Vincenzo e progettano il ritorno in Francia su una piccola imbarcazione. Partono da Tunisi per poi giungere sulla costa francese, ad Aigues-Mortes in Provenza, il 28 giugno 1607. Dopo lo sbarco si recano ad Avignone dove, presso il vescovo e vice-legato Pontificio Pier Francesco Montorio, il rinnegato si riconcilia con la Chiesa. Il prelato, in quella circostanza, nota la pietà, la dottrina e la prudenza di Vincenzo e lo vuole ospite in casa sua; poi, al termine della sua vice-legazione, dovendo fare ritorno a Roma, lo conduce con sé, insieme al penitente riconciliato il quale aveva fatto voto di rientrare in convento nell’Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Dio. Sempre ospitato in casa di monsignor Montorio che lo aveva preso a benvolere, Vincenzo rimane a Roma per un anno intero. Lì ha occasione di visitare i luoghi dei primi martiri cristiani, le chiese, le catacombe, mentre il resto del tempo lo trascorre in casa per dedicarsi allo studio e alla preghiera.

Nell’autunno del 1608 ritorna a Parigi dove, studiando legge Canonica e ottenendo il grado di “Licenziato”, si dedica anche al servizio dei poveri infermi nel nuovo ospedale di San Giovanni di Dio. In quel periodo, si stabilisce in rue de la Seine, nel quartiere di Saint-Germain-des-Prés; prende una stanza in affitto condivisa con un suo conterraneo delle Lande, Bertrand Dulou4, un giovane magistrato e giudice di pace.

Nello stesso stabile abitavano numerosi addetti al servizio della Regina Margherita de Valois. Tra questi, un certo Dufresne, uno dei funzionari e segretario della Regina, diventa suo amico e nel 1609 lo fa entrare a palazzo. Vincenzo assume il modesto incarico di funzionario addetto alla distribuzione delle elemosine. Dufresne lo descriverà in questi termini: “Umile, caritatevole, prudente; faceva del bene a ognuno e non era di peso a nessuno; circospetto nelle parole, ascoltava volentieri gli altri senza mai cercare di interromperli, e già allora andava premurosamente a visitare, servire, esortare i poveri malati”.

In questo periodo ha modo di conoscere Pietro de Bérulle5, un giovane ecclesiastico di buona tempra e molto portato per la spiritualità. Vincenzo, qualche anno dopo, deciderà di sceglierlo come direttore di coscienza. Un giorno, proprio quando è dall’amico de Bérulle, si vede entrare infuriato il compagno di stanza Bertrand Dulou che, riprendendolo asprissimamente, con stupore dei presenti, lo accusa di avere approfittato della sua assenza per derubarlo di 400 scudi. Vincenzo, immobile, a quelle parole così gravi, si limita a rispondere: “Dio sa la verità”… Questa sarà per lui la prova della tipica condizione dei poveri: senza credito e difesa, facilmente sospettabili e accusabili, anche se non colpevoli. Ma la verità verrà alla luce dopo ben sei anni. Infatti, Dulou, trovandosi a lavorare come giudice a Bordeaux, un giorno viene convocato in prigione: un giovane, incarcerato per vari crimini, gli vuole dire qualcosa di importante. Il detenuto gli confessa che, al tempo in cui faceva il garzone presso un farmacista di Parigi, portando delle medicine a Vincenzo, mentre cercava un bicchiere nell’armadio della stanza per fargli bere un rimedio, aveva rubato la borsa contenente i 400 scudi. Allora, sconvolto, il magistrato invia subito una lettera di rammarico e di scuse alla vittima delle sue ingiuste calunnie, chiedendo perdono… perdono che, naturalmente e con gioia, non tarda a ricevere.

Questa prova non sarà l’ultima. Tra il 1611 ed il 1617, Vincenzo si trova a dover affrontare una profonda crisi spirituale che contribuirà a plasmare in modo positivo la sua anima. A corte conosce un sacerdote il quale, chiamato a servizio della Regina Margherita per la sua scienza e pietà, celebre dottore in teologia, era stato canonico in una diocesi dove aveva difeso per molto tempo la fede cattolica contro i denigratori; quest’uomo, entrando in confidenza con lui, un giorno gli confida di essere in uno stato deplorevole, poiché assalito da violente e continue tentazioni contro la fede e da momenti di disperazione, tanto da sentirsi spinto al suicidio. Vincenzo allora lo tranquillizza, consigliandogli di tralasciare per qualche tempo gli obblighi abituali; ma, poi, non vedendo particolari miglioramenti, con slancio di amore e coraggio, prega Dio chiedendo per sé quei patimenti. La preghiera viene presto esaudita e, mentre il teologo ritrova poco a poco la pace e la serenità, Vincenzo si sente immerso in fitte tenebre interiori. La prova è durissima e si protrarrà per alcuni anni, dissolvendosi come d’incanto nel giorno in cui deciderà di fare una promessa a Dio: cioè che, per amor Suo, dedicherà il resto della vita al servizio dei poveri. Durante questo non facile periodo, seppur con grande sforzo e fatica, continua a svolgere i suoi incarichi. Nel frattempo Pietro de Bérulle lo accoglie nel suo Oratorio a Parigi: la sua amicizia e la sua guida spirituale gli danno un grande sostegno. Nel 1612, propone a Vincenzo un incarico come curato, alla periferia ad ovest della città, nella parrocchia di Clichy… e sarà una scelta azzeccata. Infatti, per Vincenzo, la seppur breve permanenza tra i contadini delle campagne, sarà come un’oasi nella quale il suo spirito estenuato dai tormenti riprenderà fiducia, lasciandogli un ricordo indelebile: “Scommetto – commenterà molti anni dopo – che il papa non è così contento come un parroco in mezzo a un popolo col cuore tanto buono” 6.

Circa un anno dopo, nel 1613, Pierre de Bérulle lo invita ad affidare la parrocchia di Clichy ad un vicario e ad assumere l’incarico di cappellano nel castello di Filippo Emmanuele de Gondi e della moglie Francesca Margherita de Silly, oltre che essere precettore dei loro tre figli Pietro, Enrico e Paolo (appena nato). I Gondi erano una famiglia di diplomatici e banchieri fiorentini che, stabilendosi in Francia agli inizi del XV secolo, avevano fatto fortuna con il favore di Caterina de Medici. Filippo Emmanuele, terzogenito di Alberto de Gondi, era conte di Joinville e Joigny, marchese di Belle Île, signore di Villepreux e Folleville, nonché ammiraglio delle galee della flotta reale francese.

Vincenzo acquista ben presto la stima del conte e spesso, durante le visite ai contadini nei vasti possedimenti della famiglia Gondi, è accompagnato dalla contessa Francesca Margherita.

Un giorno, durante una visita al castello di Folleville, nella diocesi di Amiens, viene chiamato con urgenza dal vicino villaggio di Gannes al capezzale di un contadino in pericolo di vita. Vincenzo, dopo aver parlato amichevolmente con lui, sentendolo gravato da rimorsi di coscienza, lo incoraggia a fare una confessione generale. Il contadino, così, incomincia a confessare mancanze molto gravi che aveva sempre taciuto nelle precedenti confessioni.

Alla fine, sentendosi liberato dai rimorsi, quel pover’uomo è invaso da una incontenibile gioia e negli ultimi tre giorni di vita lo racconta a tutti. La contessa, testimone del fatto, parlando a Vincenzo gli dice: “Padre, che cos’è mai questo? […] Che cosa abbiamo udito? Senza dubbio avverrà lo stesso per la maggior parte di questa povera gente. Se quest’uomo che era stimato come persona buona si trovava in uno stato di dannazione, che sarà degli altri che vivono peggio di lui? […] Come rimediarvi?”. Così, su richiesta della stessa, il 25 gennaio del 1617, nella chiesa di Folleville, nel giorno della ricorrenza della conversione di san Paolo, inizia una missione per spiegare l’importanza della confessione generale e il modo di farla bene. Nei giorni successivi, predica anche nei villaggi vicini e le persone accorse sono talmente numerose che, rendendosi conto di non riuscire a confessare tutti, tramite una lettera della contessa, ottiene l’aiuto dei padri Gesuiti di Amiens.

Per Vincenzo questa è una rivelazione. Constatando di persona il forte divario tra le condizioni di vita dei ricchi e quelle dei poveri nella società francese dell’epoca, diventa consapevole che la povertà non è solo quella delle cose materiali: c’è anche quella spirituale, dovuta alla mancanza di giustizia e di dignità. Proprio attraverso questa esperienza, sente chiaramente la sua vocazione e il conseguente desiderio di dedicare la sua vita al servizio della povera gente; di questa intenzione ne fa promessa a Dio e, finalmente, dopo sei anni di lunga e terribile lotta interiore, la sua anima provata ritrova la luce.

Col passare del tempo, l’andare tra i poveri delle campagne gli ricorda continuamente ciò che ha promesso, rendendolo sempre più insofferente alla permanenza nel bel palazzo dei Gondi. Parla di questo suo stato d’animo con il suo padre spirituale Pietro de Bérulle il quale, dopo averlo consigliato a lasciare l’incarico, gli propone la conduzione di una parrocchia in difficoltà nei pressi di Lione. Si trattava della parrocchia di Châtillon-les-Dombes7. Vincenzo decide di partire immediatamente e, siccome non ha la forza di dare di persona la notizia alla contessa de Gondi, invia solo una lettera di dimissioni al conte, scusandosi e dichiarandosi incapace di essere precettore dei loro figli.

Vincenzo arriva a Châtillon-les-Dombes nella quaresima del 1617, trasferendosi subito nella sua parrocchia. Qui, il 20 agosto 1617, XIV domenica dopo Pentecoste, egli descriverà l’esperienza che lo porterà a fondare la sua prima “Compagnia della Carità”: “Una domenica, mentre mi vestivo per dire la santa Messa, vennero a dirmi che in una casa isolata, ad un quarto di lega di distanza, tutti erano malati, senza che rimanesse una sola persona per assistere gli altri, e tutti in una miseria da non dirsi. Ne fui veramente commosso. Non mancai di raccomandarli nella predica, con affetto, e Dio, toccando il cuore di quelli che mi ascoltavano, fece sì che tutti fossero presi da compassione per quei poveri sventurati. Dopo i vespri, presi un galantuomo, un borghese della città, ed insieme ci mettemmo in cammino. Sulla via incontrammo alcune donne che ci precedevano, e un poco più in là, altre che tornavano: ve n’erano tante che l’avreste detta una processione. Proposi a tutte le buone persone che la carità aveva spinto a recarsi colà, di quotarsi, un giorno per una, per far da mangiare non soltanto per quelli ma anche per coloro che sarebbero venuti dopo, ed è il primo luogo dove la carità fu istituita”.

Egli intuisce che servire Dio equivale a servire il prossimo; pertanto, per cercare il “regno di Dio” non è necessario andare in luoghi lontani, essendo semplicemente a poche centinaia di metri dalla parrocchia. La gente che lo ascolta capisce: non sente complesse argomentazioni teologiche e filosofiche, ma qualcosa di concreto e di accessibile. Perciò, in breve tempo, la sua iniziativa di carità si diffonde gradualmente in tutto il paese di Châtillon, riscontrando soprattutto una generosa partecipazione di donne sia sposate che nubili: le associate prendono il nome di “Serve dei poveri” e in soli tre mesi l’istituzione ha un suo regolamento con l’approvazione dell’Arcivescovo di Lione e Cardinale Denis-Simon de Marquemont. Il loro servizio si basa su due principi: il primo è quell’amore che fa vedere in ogni povero la viva presenza di Gesù; il secondo è l’organizzazione, poiché i cristiani sono tali solo se si muovono coscienti di essere un sol corpo, come già avvenne nella prima comunità di Gerusalemme.

Nel frattempo, angosciata per l’allontanamento del proprio cappellano, la contessa Margherita de Gondi scrive e fa scrivere da persone influenti delle missive, per convincerlo a tornare. Però, sarà soprattutto una lettera del padre spirituale Pietro de Bérulle che, nel descrivergli la desolazione che regna al palazzo dei Gondi, gli farà prendere la decisione di partire. Così, il 13 dicembre del 1617, dopo la parentesi di sei mesi come parroco a Châtillon-les-Dombes, con grande rimpianto dei parrocchiani che lo consideravano un sant’uomo per tutto il bene compiuto, Vincenzo ritorna alla casa dei Gondi con l’assicurazione di poter svolgere appieno il suo ministero tra i contadini.

Sul principio del 1618, radunati vari sacerdoti di talento e virtù, inizia a predicare delle missioni popolari di evangelizzazione nelle zone rurali, fondando delle “Carità” nei vari villaggi. Le persone che vi aderivano s’impegnavano ad assistere i poveri e i malati della propria parrocchia. L’iniziativa si diffondeva gradualmente anche se, rispetto alle donne, la presenza degli uomini era minore e meno costante, a causa della mentalità dell’epoca. Per questo motivo le prime Carità Vincenziane saranno sempre e principalmente femminili. Quelle maschili verranno riprese solo a distanza di due secoli, a Parigi, nel 1833, da Emanuele Bailly, con un gruppo di sette giovani universitari tra i quali la vera anima sarà Federico Ozanam (1813-1853), e prenderanno il nome di “Conferenze di San Vincenzo de Paoli”.

Vincenzo, oltre al suo impegno nelle zone di campagna, incomincia a recarsi anche nelle prigioni, per far visita ai carcerati che venivano destinati a servire da rematori sulle galere e di essi dirà: “Ho visto questi poveretti trattati come bestie”. Una galera contava circa centosessanta rematori, ripartiti in una trentina di banchi di voga. Al centro c’era una passerella dove, andando e venendo, i guardiani della ciurma sorvegliavano le file dei rematori seminudi e incatenati. Ogni mancanza li esponeva alla frusta e vivevano al limite estremo della degradazione morale e fisica, ben al di sotto della condizione umana. Quasi sempre le condanne venivano prolungate, con lo scopo di assicurare rematori alla flotta, terminando solo con la morte del galeotto. Vincenzo passa giornate intere ad ascoltare i loro lamenti e le loro confidenze che diventano poi confessioni, fa in modo che vengano spostati in celle meno malsane, si preoccupa che vengano nutriti, tiene a bada la brutalità dei guardiani e ottiene che altri sacerdoti vadano ad aiutarlo o a sostituirlo quando egli non può essere presente.

A partire dal 1619, per il suo impegno, il conte ed ammiraglio Filippo Emanuele de Gondi, con il benestare di Re Luigi XIII, viene nominato regio elemosiniere, oltre che cappellano generale delle galere con il grado di ufficiale. Grazie a questa posizione e alla sua dolce ostinazione, organizzando missioni di assistenza spirituale e materiale su tutte le navi e nelle prigioni, riesce a cambiare la sorte dei galeotti: fa in modo che vengano esaminati i loro dossier e che, attraverso una giusta sentenza, possano essere effettivamente liberati alla scadenza esatta della pena; fa riconoscere che pure loro hanno la possibilità di ammalarsi e quindi il diritto di ricevere delle cure.

In quello stesso anno, trovandosi a Parigi al seguito del cardinale di Savoia per negoziare il matrimonio fra il principe di Piemonte (Vittorio Amedeo I) e la sorella di re Luigi XIII (Maria Cristina di Francia), Vincenzo ha modo di fare amicizia con il vescovo di Ginevra Francesco di Sales e resta incantato dalla sua bontà. Nel 1619, conosce anche Giovanna Francesca Frémiot de Chantal (1572-1641) la quale, essendo collaboratrice del vescovo ginevrino nell’opera della “Congregazione della Visitazione”, era venuta a Parigi per fondare un monastero. L’anno successivo, Francesco di Sales affida a Vincenzo la guida spirituale di Giovanna Francesca e delle altre religiose della Visitazione in Parigi: questo incarico durerà per ben 40 anni.

Agli inizi del 1622, dopo aver fatto una visita nel primo monastero della Visitazione, intraprende un viaggio verso Marsiglia. Strada facendo, mentre si trova a passare per Mâcon, una cittadina della Borgogna a nord di Lione, resta colpito per la grande quantità di poveri e mendicanti che gremiscono le piazze e i bordi delle vie. Si rende conto che in una situazione del genere l’ordine pubblico può precipitare in qualunque momento; perciò, non potendo restare indifferente, si reca al Municipio e dal Vescovo, per trovare al più presto una soluzione. Le confraternite a base parrocchiale non bastavano e quindi propone l’idea di costituirne due ben organizzate: una maschile e una femminile che si dovevano occupare rispettivamente dei poveri e dei malati. Prima viene fatta un’inchiesta sulle reali necessità di ciascun povero e, poi, si costituisce un fondo costituito da offerte libere fatte dai cittadini, dalle questue e dalle percentuali sulle entrate degli uffici pubblici. Quindi, ogni domenica, tutti i bisognosi venivano convocati presso le chiese principali della città per ascoltare la messa e poi ricevere il cibo e il denaro. Coloro che potevano lavorare sarebbero stati aiutati solo per la parte strettamente necessaria. Si stabilirono norme di pubblica sicurezza per punire chi fosse andato a mendicare di nascosto e la lista dei poveri sarebbe stata aggiornata settimanalmente. All’inizio l’idea di questo progetto viene semplicemente malvista e derisa dai più. Però, poco dopo, vedendo i risultati positivi, tutti manifestano entusiasmo e riconoscenza: la città che prima sembrava in stato d’assedio ora, nel corso di sole tre settimane, si trovava completamente trasformata. Insomma, è senza dubbio un vero successo. La cittadinanza incomincia a tributargli pubblicamente onori e applausi; ma Vincenzo, nella sua umiltà, una sera decide di partire di nascosto verso Marsiglia. Così, nei giorni successivi, giunto a destinazione, porta avanti il suo impegno di cappellano maggiore delle Galere, dando un aiuto spirituale e materiale ai prigionieri. Lì, dopo aver visto le condizioni malsane di detenzione dei galeotti, si propone di cercare per loro un luogo di prigionia più umano. A questo scopo, dopo il suo ritorno a Parigi, troverà un edificio presso la chiesa di San Rocco nel Borgo di Saint-Honoré dove, con l’approvazione del Generale delle Galere e sotto buona custodia, verranno trasferiti i detenuti di Marsiglia. Ordinate le cose in questo modo, nel 1623, si incammina verso Bordeaux, sempre per svolgere servizio di cappellano maggiore su alcune Galere attraccate nel porto della città. Nello stesso anno, su consiglio di amici, passa anche a far visita alla propria famiglia a Ranquines e vi rimane per una decina di giorni.

Madame de Gondi, nel 1624, vedendo il buon risultato delle missioni tra i contadini dei suoi domini, decide di finanziarle con un fondo permanente, affidandone la cura a Vincenzo; inoltre, con l’approvazione dell’arcivescovo di Parigi, riceve le chiavi di un antico collegio dismesso e chiamato “Bons-Enfants”, presso la porta Saint-Victor: in questa struttura andrà a stabilirsi il primo gruppo di sei sacerdoti missionari.

Così, il 17 aprile 1625, a Parigi, Filippo Emanuele de Gondi e la sua consorte firmano il documento ufficiale di fondazione della “Congregazione della Missione”. I primi compagni di Vincenzo sono: Antonio Portail, prete della diocesi di Arles; Francesco du Coudray, prete della diocesi di Amiens; Giovanni de la Salle, anche lui di Amiens; poco tempo dopo arrivarono anche Giovanni Becu, Antonio Lucas, Giuseppe Brunet e Giovanni D’Horgny. I membri della Congregazione si proponevano di rinunciare ai benefici, cariche e dignità della Chiesa, per dedicarsi esclusivamente al popolo povero, andando di villaggio in villaggio, predicando, istruendo e catechizzando, senza prendere alcun compenso, promuovendo nuove missioni ogni 5 anni sul territorio dei Gondi, assistendo anche i detenuti sulle Galere dove Vincenzo continuava ad essere cappellano generale. A distanza di due mesi dalla fondazione, il 23 giugno 1625, la contessa de Gondi muore e Filippo Emanuele riceve la triste notizia mentre si trovava a Marsiglia. Rimasto vedovo, chiede di essere ospitato presso la Congregazione dell’Oratorio di Bérulle nella quale, pochi anni dopo, verrà ordinato sacerdote.

L’approvazione della “Congregazione della Missione” arriva il 24 aprile 1626 dall’arcivescovo di Parigi e, poi, dal re di Francia nel maggio del 1627. Nel 1632 la casa madre della Congregazione viene trasferita dal collegio dei Bons-Enfants al priorato di San Lazzaro, situato a nord di Parigi, tra il faubourg Poissonière, il faubourg Saint-Denis e il boulevard della Chapelle. Il San Lazzaro è un antico lebbrosario ormai in disuso che, con strutture conventuali e ospedaliere, con fattorie, orti, campi di grano e avena, si estende per quaranta ettari. Adrien Le Bon, canonico regolare di Sant’Agostino, titolare e donatore di questa grande struttura, dovrà insistere per ben due anni con più di trenta tentativi, per convincere Vincenzo ad accettare questo regalo fenomenale che comprende anche ricche dipendenze – sotto forma di immobili e proprietà – dentro e fuori Parigi. Dopo il trasferimento a San Lazzaro, i preti appartenenti alla “Congregazione della Missione” verranno anche chiamati con il nome di “Lazzaristi”. Pochi giorni dopo l’entrata nel priorato, papa Urbano VIII, con la bolla “Salvatoris nostri” del 12 gennaio 1632, approva ufficialmente la comunità vincenziana. Da questo momento in poi, le opere vincenziane si svilupperanno e si estenderanno sempre di più.

Per il miglioramento e la formazione spirituale dei sacerdoti, oltre che organizzare seminari e ritiri per gli ordinandi, su suggerimento di un ecclesiastico, Vincenzo istituisce le “Conferenze del Martedì”, con un apposito regolamento. Gli incontri avvengono ogni settimana a San Lazzaro, nel pomeriggio; comprendono momenti di preghiera, di riflessione personale e comunitaria, dove i partecipanti riescono a trovare nuovi stimoli e maggiore consapevolezza riguardo alla loro vocazione sacerdotale. A queste conferenze partecipavano non solo parroci e canonici, ma persino abati, vescovi e arcivescovi. Da questa libera scuola verranno i migliori preti di Francia e si giungerà infine alla fondazione del Grande e Piccolo Seminario. Persino il cardinale Richelieu che re Luigi XIII, informati sugli ottimi risultati delle conferenze, stimando molto Vincenzo e le sue opere, gli avevano chiesto una lista di sacerdoti adatti a reggere le diocesi francesi e degni di essere elevati all’episcopato. In seguito, altri sacerdoti verranno scelti per la direzione dei costituendi Seminari voluti dal Concilio di Trento.

Nel frattempo, le Confraternite della Carità, ormai diffuse e accolte in molte città, giunte a Parigi a partire dal 1629, a poco a poco vengono organizzate in ogni parrocchia della capitale, suscitando un riscontro positivo sia da parte delle autorità religiose che cittadine. Si aggregano all’istituzione anche numerose nobildonne, nubili, sposate e vedove. Fra le dame ci sono addirittura Anna d’Austria e Luisa Maria Gonzaga, rispettivamente regine di Francia e di Polonia, le principesse Carlotta Margherita de Montmorency e Maria d’Orleans, oltre che baronesse, duchesse e così via. Per queste donne, il dedicarsi agli altri, il rendersi conto in prima persona delle condizioni in cui vivono i poveri, il dare un contributo alle varie iniziative a favore di questi bisognosi, schiude un nuovo e positivo orizzonte al di là dell’abituale ed inevitabile frivolezza che riempie il loro ambiente: diventano spiritualmente più mature e consapevoli. Nel 1634, questa nuova compagnia, occupandosi di iniziative più ampie e indipendenti rispetto alle Confraternite che operavano solo in ambito parrocchiale, prenderà il titolo di “Dame della Carità”.

Uno dei primi progetti delle dame, sotto la direzione di Vincenzo, fu quello delle visite periodiche e l’aiuto ai malati all’Hôtel-Dieu8 di Parigi, nei pressi della cattedrale di Notre-Dame. Nell’assistere quelle persone dovevano mettere tutto l’amore di cui esse erano capaci, partendo dalle cose più pratiche come il dare da mangiare o lavare dei panni sporchi, fino in quelle più delicate come il trovare una parola di conforto spirituale al momento giusto. Ma queste Dame, sebbene molto caritatevoli, possedevano pur sempre una posizione sociale altolocata che le obbligava ad assolvere svariati obblighi di etichetta e di famiglia, non potendo perciò garantire quella disponibilità costante al lavoro manuale di cui i poveri e gli infermi avevano urgenza. Per questo motivo Vincenzo ha l’intuizione di estendere la sua opera assistenziale là dove le “Dame della Carità” non possono arrivare. Nel 1645, infatti, scriveva all’Arcivescovo di Parigi: “Poiché le Dame, che compongono questa Confraternita [della Carità] sono per la maggior parte di nobile condizione che non permette loro di adempiere alle più basse e vili faccende occorrenti nell’esercizio della Confraternita stessa come per esempio portare la pentola per la città, fare salassi, preparare e fare i clisteri, medicare le piaghe, rifare i letti e vegliare i malati che sono soli e si avvicinano alla morte, ecco che hanno preso alcune buone ragazze di campagna, a cui Iddio ha messo in cuore di assistere i poveri malati. Ed esse adempiono tutti questi piccoli servizi dopo essere state impratichite a tale scopo da una virtuosa vedova chiamata Madamigella Le Gras [Luisa de Marillac].”

Sorge, quindi, la nuova comunità femminile delle “Figlie delle Carità”. Per la fondazione di questo Istituto Vincenzo trova il valido supporto di Luisa de Marillac. Luisa è una giovane nobildonna rimasta vedova a trentaquattro anni, con un figlioletto di nome Michele. A seguito di un’esistenza problematica alle spalle e dopo la morte per tubercolosi del marito, si trova ad affrontare un lungo periodo di depressione. Francesco di Sales, fino a poco tempo prima della sua morte avvenuta nel dicembre del 1622, l’aveva guidata spiritualmente come confessore, senza però riuscire a farle trovare quell’equilibrio interiore di cui aveva bisogno.

Nel giorno di Pentecoste del 1623, mentre Luisa prega nella chiesa di Saint Nicolas des Champs di Parigi, i suoi dubbi svaniscono in un istante ed ha la chiara percezione di quella che sarà la sua vita: avrà un nuovo direttore spirituale e vivrà in una comunità. Infatti, nel periodo tra il 1624 e il 1625, incontra e conosce Vincenzo de Paoli, mentre è impegnato in una delle tante missioni per fondare le confraternite della Carità nelle parrocchie. Egli, sebbene una iniziale titubanza a dirigere una persona così fragile, alla fine acconsente alla richiesta di diventare suo padre spirituale, invitandola a dare una mano nelle Carità. Così, dopo cinque anni, da donna piena di rigidezze e angosce interiori, pur nonostante la salute delicatissima, Luisa riesce a dare prova di una volontà e di un coraggio straordinari. A partire dal 1629 riceve l’incarico di visitare le Carità e lei accetta con gioia, mettendosi ripetutamente in viaggio, sfidando le difficoltà e i disagi in ogni stagione dell’anno. Quindi, in diverse diocesi raduna gli associati, ascolta le loro vicende, li incoraggia e va a visitare i poveri e i malati, suggerendo nuove forme e possibilità di intervento.

Vincenzo, nel 1630, ritornando da una missione nella cittadina di Suresnes, le invia Margherita Naseau: una giovane mandriana del luogo che aveva imparato a leggere per formare i piccoli dei dintorni e desiderava mettersi a servizio dei poveri. Margherita, prima “Figlia della Carità”, inizia il suo servizio nella parrocchia di San Salvatore dove era stata costituita una Confraternita della Carità. In seguito, si trasferisce a Parigi per dedicarsi all’assistenza dei poveri malati. Lì, dopo essersi presa cura di una povera figliuola malata di peste, a sua volta contagiata dal male, muore il 24 febbraio del 1633. Nel frattempo, gli stessi ideali di Margherita venivano abbracciati da altre giovani; infatti, il 29 novembre 1633, in accordo con Vincenzo, Luisa accoglie in casa sua il primo gruppetto di ragazze e nel luglio del 1634 le postulanti sono dodici. Questi sono gli umili inizi della nuova compagnia di volontarie che prenderà il nome di “Figlie della Carità”. Il loro stile di vita, si ispira a quello delle comunità religiose femminili, ma il loro carisma è legato ad una concezione del tutto nuova della vita consacrata. La nuova compagnia, mantenendo la personalità giuridica di Confraternita conforme a quel periodo, è composta da donne di vita attiva che operano tra la gente; non sono legate dal vincolo della clausura ma, tuttavia, possiedono una regola basata sulla vita comune, con precisi impegni di preghiera e di servizio, con dei voti da rinnovare annualmente: sono sorelle di tutti e stimolo costante alla solidarietà, alla fratellanza, alla ricerca di quelle cose essenziali che fanno l’uno prossimo dell’altro. È un’esperienza religiosa femminile completamente nuova, al di là degli schemi rigidi del tempo che si basavano sull’esclusione della donna dall’apostolato. Inizialmente si dedicheranno alla cura dei malati a domicilio, negli ospedali e alla formazione scolastica delle fanciulle nei villaggi. A partire dal 1638 si prenderanno cura dei neonati abbandonati davanti alle chiese e dei bambini rimasti orfani. In seguito, assumeranno l’incarico di assistere i forzati delle galere, mantenendo pulite le carceri, lavando la biancheria, preparando la zuppa quotidiana e curando i malati, oltre che andare in soccorso alle vittime della guerra dei Trent’anni e della Fronda. Nel 1646, la compagnia riceve il riconoscimento di confraternita da parte dell’arcivescovo di Parigi; nel 1655 viene approvata e posta sotto la guida del superiore generale della Congregazione della Missione, dal cardinale di Retz; infine, nel 1668, è approvata ufficialmente dalla Santa Sede.

Gli Istituti femminili fondati da Vincenzo, alla fine del 1633, sono quindi tre e si distinguono in: “Confraternite della Carità” nelle quali donne di ogni condizione sociale portano aiuto ai poveri e agli infermi delle parrocchie locali; le “Dame della Carità” in cui donne appartenenti all’alta borghesia e alla nobiltà, organizzandosi tra di loro, oltre a visitare i poveri e gli infermi, sostengono economicamente vari progetti di aiuto per ospedali, ricoveri e orfanotrofi dove operano attivamente le “Figlie della Carità”.

L’intero continente europeo, fin dal 1618, si trova sconvolto da una guerra che è causata principalmente dall’opposizione politico-religiosa tra cattolici e protestanti, oltre che dal desiderio di egemonia o d’indipendenza di vari stati europei, da rivalità commerciali e ambizioni personali. La Francia fa il suo ingresso formale in guerra nel 1635, proprio nell’ultima fase di questo conflitto che terminerà nel 1648 e verrà appunto chiamato “Guerra dei Trent’anni”. Nel 1636, Vincenzo inizia ad inviare alcuni dei suoi missionari come cappellani nell’esercito. Insieme ai suoi missionari, alle Dame e alle Figlie della Carità, organizza i soccorsi alla popolazione della Lorena (1639) che è colpita dalle devastazioni della guerra, oltre che dalla peste e dalla carestia; successivamente farà lo stesso per le regioni della Piccardia, Champagne e Ile-de-France.

A questo punto, l’elenco di cariche e responsabilità nelle mani di Vincenzo è sempre più lungo e aumenta di pari passo con la diffusione e il successo delle sue istituzioni caritative, anche con la progressiva espansione delle missioni all’estero: in Italia, prima a Roma nel 1642 e poi a Torino nel 1656; in Nord Africa, soprattutto in Tunisia e Algeria dal 1645; in Irlanda e poi in Scozia, a partire dal 1646; in Madagascar nel 1648; in Polonia nel 1651. Si alzava alle quattro del mattino e andava a letto alle nove di sera. In sintesi, tra corrispondenze (si stima abbia scritto circa 30.000 lettere!), impegni religiosi e pubblici, visite e uscite, dedicava tre o quattro ore alla preghiera e circa nove ore al lavoro.

Nel 1642, in occasione della prima assemblea generale della Congregazione, decide di presentare le dimissioni da superiore generale, non sentendosi più idoneo a tale ufficio; in un primo momento tutti mostrano di accettare la sua decisione, vedendolo risoluto nella sua intenzione, ma poi lo rieleggono all’unanimità con queste parole: “Voi siete colui che eleggiamo per superiore generale e, fin che Dio vi conserverà in vita, non ne avremo altro”.

Nello stesso anno muore il cardinale Richelieu e prende la carica di Primo Ministro il cardinale Giulio Mazzarino; inoltre, il Re Luigi XIII, già abbattuto da una lunga infermità, costretto a letto da circa un anno, dopo aver chiamato presso di sé Vincenzo per ricevere da lui un ultimo conforto spirituale, si spegne il 14 maggio del 1643 nel Palazzo di San Germano. Gli succede il figlio Luigi XIV di soli cinque anni ma, vista la sua età, è sua madre Anna d’Austria ad assumere la reggenza. Vincenzo, stimato dalla Regina come uomo di grande fedeltà e prudenza, viene scelto come Consigliere e nominato membro e segretario del Consiglio di Coscienza. Il compito di questo Consiglio consisteva nella scelta dei vescovi e nella misura di benefici ecclesiastici da assegnare alle diocesi del Regno di Francia. Sebbene inizialmente spaventato dalla nuova e grave responsabilità, alla fine accetterà l’incarico per obbedienza e riuscirà a rimanere sempre uguale a sé stesso tanto nel Regio Palazzo quanto nel Tugurio dei poveri, trovando il modo di piacere alla Corte senza dispiacere a Dio.

Il cardinale Mazzarino che promuoveva una politica tremendamente esigente con l’aumento della pressione fiscale, giustificata dal finanziamento delle spese militari per la Guerra dei Trent’anni, stava portando alla fame la popolazione e provocando una crescente opposizione nel Parlamento di Parigi. Tra il 1648 e il 1653, il malcontento generale sfocia nei violenti movimenti di protesta delle Fronde, tanto che a Parigi vengono erette barricate nelle strade e la Corte è costretta a fuggire temporaneamente dalla città. Vincenzo, pur giudicando severamente questa situazione di malgoverno, ma senza entrare nelle ragioni dei due partiti, si limita a svolgere il ruolo di mediatore e organizzatore della carità, istituendo una mensa popolare a San Lazzaro dove si arrivano a sfamare 2.000 persone al giorno. Nel 1649, però, per non suscitare sospetti nei suoi confronti e quindi apparire complice della Corte o ambasciatore del Parlamento, si presenta umilmente alla Regina e, per il bene della Francia, suggerisce l’allontanamento del Mazzarino. Queste dimissioni sarebbero state un atto di responsabilità e di buona volontà, ma avrebbero messo in discussione l’autorità della Corona; così, la sua richiesta non ha seguito. Vincenzo viene espulso dal Consiglio di Coscienza nel 1652 e la Regina gli assegna l’incarico di Ministro della Carità, per organizzare gli aiuti ai poveri su scala nazionale.

In questo periodo, oltre che trovarsi suo malgrado coinvolto in questioni politiche, Vincenzo deve affrontarne altre sul piano religioso, nell’opporsi con fermezza alle idee gianseniste propugnate in Francia dal suo amico Jean Duvergier abate di Saint-Cyran e poi dal teologo Antonio Arnauld. Il movimento eterodosso del giansenismo – introdotto dal vescovo olandese Cornelius Otto Jansen (1585-1638) – affermava che, a causa della profonda corruzione scaturita dal peccato originale, per la salvezza dell’uomo occorreva l’assoluta necessità della Grazia la quale veniva concessa solo ad alcuni per imperscrutabile disegno di Dio. Dopo la condanna del giansenismo da parte dei papi Urbano VIII nel 1642, Innocenzo X nel 1653 e Alessandro VII nel 1656, Vincenzo si adoperò affinché la decisione pontificia fosse divulgata nelle diocesi e ragionevolmente accettata da coloro che aderivano a questa dottrina.

Insomma, nell’ultimo terzo della sua vita, Vincenzo lascia un’impronta indelebile nella storia della chiesa universale e della Francia. A quasi trent’anni dalla nascita della Congregazione, dopo aver preso consiglio dal tempo e dall’esperienza, essendo ormai quasi ottantenne e sentendo avvicinarsi il tempo della sua morte, termina di scrivere delle “Regole Comuni” che, come testamento spirituale, consegna ufficialmente ai membri della sua comunità il 17 maggio del 1658. In queste Regole indicava lo spirito che avrebbe dovuto distinguere i suoi missionari, ovvero “l’amore e venerazione verso il Padre, amore compassionevole ed efficace verso i Poveri, docilità alla divina Provvidenza” attraverso “le cinque virtù attinte, anch’esse, alla immagine particolare del Cristo e cioè: la semplicità, l’umiltà, la dolcezza, la mortificazione e lo zelo”, “le quali sono come le facoltà dell’anima di tutta la Congregazione e che le azioni di ciascuno devono essere sempre da esse animate” 9.

Nel 1659, le condizioni di salute di Vincenzo si aggravano. Già da diversi anni si stava trascinando appresso una febbriciattola di probabile origine malarica che lo affaticava e indeboliva. Inoltre, degli edemi e delle ulcere alle gambe lo facevano camminare a fatica. La duchessa d’Aguillon gli aveva messo a disposizione una carrozza ma lui, sentendosi a disagio nel viaggiare così lussuosamente, strada facendo, la condivideva con malati, vecchi e facchini, facendoli salire a bordo.

A partire dal 1660, lascia sempre meno di frequente la comunità di San Lazzaro e si limita a celebrare la messa nell’infermeria, passando il resto della giornata nella sua camera: un locale molto umile, senza caminetto, ammobiliato con una tavola, due sedie, un letto di pagliericcio con una traversina e una coperta. Nel frattempo, a distanza di un mese l’uno dall’altra, morivano Antonio Portail (uno dei suoi primi compagni) e Luisa de Marillac, rispettivamente il 14 febbraio e il 15 marzo.

La domenica del 26 settembre Vincenzo riceve i sacramenti e trascorrendo la notte seduto su una sedia, con la sua veste da missionario, come fosse in attesa di qualcuno, vegliato dai suoi confratelli in preghiera. Il lunedì mattina del 27 settembre, poco prima dell’alba, si era spento tanto placidamente da sembrare addormentato, senza agonia, senza febbre e convulsioni. L’ultima parola sentita uscire chiaramente dalle sue labbra era stata: “Gesù“. Il suo volto appariva roseo, gli arti erano flessibili e il corpo emanava un soave odore che si sparse in tutta la stanza. Dopo essersi diffusa la notizia della sua felice morte, in tutta Parigi si udiva una sola voce: “È morto il santo“. Gli orfani, le vedove e i poveri piangevano esclamando: “È morto il nostro padre, il nostro rifugio, il nostro sostegno!”. Il giorno successivo vennero celebrate le esequie nella Cappella di San Pietro, ai quali partecipò una folla immensa di tutti i ceti sociali.

Proclamato Beato da papa Benedetto XIII il 13 agosto 1729, è ufficialmente canonizzato da Clemente XII il 16 giugno 1737. Papa Leone XIII, il 12 maggio 1885, lo dichiara patrono delle Associazioni cattoliche di carità e volontariato. Nel 1754, una gigantesca statua di marmo che raffigura il “padre dei poveri”, scolpita dall’artista Pietro Bracci, viene collocata nella basilica di San Pietro in Vaticano.

San Vincenzo è anche patrono del Madagascar, dei bambini abbandonati, degli orfani, degli infermieri, degli schiavi, dei forzati, dei prigionieri. Il suo corpo, rivestito dai paramenti sacerdotali, è oggi venerato nella Cappella dei Lazzaristi a Parigi, in rue de Sèvres 95; la memoria liturgica si celebra il 27 settembre.


1 In francese Vincent Depaul o Vincent de Paul.
2 La cittadina, nel 1828, ha assunto il nome di Saint-Vincent-de-Paul, in ricordo e in onore del santo.
3 In Francia non erano ancora attive le disposizioni in materia del Concilio di Trento.
4 Bertrand Dulou proveniva da Sore, un piccola cittadina situata nelle Lande.
5 Pierre de Berulle, diventerà poi cardinale e avrà il merito di essere uno dei principali fautori del rinnovamento cattolico francese del XVII secolo. La sua dottrina pone al centro Cristo: “Uno spirito eccellente di questo secolo, Copernico, ha voluto sostenere che il sole è al centro del mondo e non la terra; che è immobile e che la terra si muove intorno ad esso… Questa opinione nuova, poco seguita nella scienza degli astri, è utile e deve essere seguita nella scienza della salvezza. Infatti, Gesù è il Sole immobile nella sua grandezza e muove tutte le cose… E la terra dei nostri cuori deve essere in movimento continuo verso di Lui“.
6 SV IX, 646.
7 Oggi si chiama Châtillon-sur-Chalaronne.
8 Hôtel-Dieu è il nome dato in Francia fin dal VII secolo a strutture edilizie assistenziali situate in genere nei pressi delle cattedrali e posti alle dipendenze del vescovo.
9 Confronta le Regole Comuni II, 14 e le Costituzioni, art. 6-7.